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Oggi 2 gennaio 2010 sono 50 anni dalla scomparsa di uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi: Fausto Coppi.

Soprannominato il Campionissimo o l’Airone, fu il corridore più vincente e famoso dell’epoca d’oro del ciclismo, ed è considerato uno dei più grandi e popolari atleti di tutti i tempi. Eccellente passista e scalatore, era forte anche in volata, risultando un corridore completo e adatto ad ogni tipo di competizione su strada. Si impose sia nelle più importanti corse a tappe, sia nelle maggiori classiche di un giorno. Fu anche un campione di ciclismo su pista.

Vinse cinque volte il Giro (‘40, ‘47, ‘49, ‘52′ e 53) e due volte il Tour (‘49 e ‘52). Fra i suoi numerosi successi nelle corse in linea vanno ricordate le cinque affermazioni al Lombardia (‘46, ‘47, ‘48,’49 e ‘54), le tre vittorie alla Sanremo (‘46, ‘48 e ‘49), e i successi alla Roubaix e alla Freccia Vallone nel ‘50. Fu Campione del Mondo nel ‘53.  Nel ciclismo su pista, fu Campione del mondo d’inseguimento nel ‘47 e nel ‘49 e primatista dell’ora (45,798 km) dal’42 al’56.

Dal fisico apparentemente poco atletico, Coppi era dotato di una notevole agilità muscolare e di un sistema cardiorespiratorio fuori dal comune (capacità polmonare di 6,5 litri e 44 pulsazioni cardiache/minuto a riposo), qualità che ne esaltavano la resistenza sotto sforzo. La struttura ossea molto fragile e le ripetute fratture lo costrinsero tuttavia a pause forzate durante l’intero arco d’attività. Allo stesso modo, la seconda guerra mondiale ne condizionò la carriera: la sospensione delle competizioni a causa del conflitto giunse infatti subito dopo le sue prime importanti vittorie.

Leggendaria la sua rivalità con Gino Bartali, che divise l’Italia nell’immediato dopoguerra (anche per le presunte diverse posizioni politiche dei due). Celebre nell’immortalare un’intera epoca sportiva – tanto da entrare nell’immaginario collettivo degli italiani – è la foto che ritrae i due campioni mentre si passano una bottiglietta durante una salita al Tour del ‘52.

Le sue imprese e le tragiche circostanze della morte ne hanno fatto un”icona della storia sportiva italiana. A cinquant’anni dalla scomparsa, la sua popolarità e fama appaiono immutate.

Nel dicembre del ‘59, subito dopo essere stato ingaggiato dalla squadra appena costituita dall’amico ed ex-rivale Gino Bartali, Coppi partecipa con alcuni amici ciclisti francesi – fra cui Geminiani e Anquetil – a una corsa nell’Alto Volta, in occasione dei festeggiamenti per l’indipendenza del paese. Nei giorni successivi prende parte a una battuta di caccia nella boscaglia attorno a Ouagadougou, dove contrae la malaria.

Al ritorno in Italia, pochi giorni prima di Natale, è febbricitante. Il 29 dicembre è assalito da febbre altissima, nausea e brividi. Nel pomeriggio del 1º gennaio le condizioni del campione si aggravano ulteriormente; il medico curante, dott. Allegri, chiama a consulto il primario dell’ospedale di Tortona, professor Astaldi, il quale decide per un immediato ricovero in ospedale. A Tortona giunge per un altro consulto il professor Fieschi. All’ammalato è praticata una cura intensa a base di antibiotici e cortisonici, ma Coppi non reagisce ed entra in coma. Non riprende più conoscenza e muore alle 8.45 del 2 gennaio 1960, a poco più di quarant’anni. I medici avevano sbagliato diagnosi, ritenendo Coppi affetto da un’influenza più grave del consueto (nonostante la moglie e il fratello di Géminiani avessero telefonato dalla Francia per avvertire che a Raphaël era stata diagnosticata la malaria).

Due ruote sul 2009..

Come ogni anno voglio fare un bilancio dei mesi trascorsi in bici, più che altro per riordinare le idee e eventualmente prendere spunti e consigli per la stagione a venire.

Facendo un salto indietro, devo ricordare che il mio esordio ufficiale in bici risale al 2001. Durante gli anni precedenti avevo fatto qualche uscita e qualche giro (sempre con la bici di mio pà che ha più o meno la mia stessa taglia) ma la “passione” e il “fuoco sacro” non erano ancora divampati. Diciamo che mi limitavo a vedere il ciclismo in tv e ad accumulare chili e sovrappeso, grazie a una dieta sregolata e a un lavoro che mi portava a fare il pendolare ed ad avere poco tempo libero.

Poi nel 2001 la svolta. Mi sono deciso finalmente di mettermi a dieta. All’epoca pesavo 83 kg per 1.80mt. Il programma prevedeva una super dieta ferrea, accompagnata da attività fisica intensa. Gli esercizi consistevano in due uscite settimanali in bici, e in due uscite di corsa a piedi lungo l’argine di casa mia. E poi mi ero fissato un obiettivo: salire in bici l’estate successiva sulla cima del Passo dello Stelvio (2758 mt slm). La cosa ha preso subito una piega decisa e importante (come sempre del resto quando mi pongo un obiettivo) tanto che sono riuscito a perdere 11 kg in 3 mesi.

Questo risultato mi ha dato grande soddisfazione e motivazione a continuare, tanto che per preparare l’ascesa alla vetta d’Italia, ho scalato nell’ordine Cima Grappa, Monte Cesen, Passo Fedaia, Passo Pordoi, Passo Manghen e infine il 31 luglio 2001 in un splendida giornata di sole, ho scalato il mitico Passo Stelvio (il tutto sempre con la bici di mio pà, una bici in acciaio con ruote a 36 raggi del peso complessivo di 11 kg..)

Ormai però avevo assaporato il piacere sottile del fare fatica in bici, e ovviamente non potevo che continuare sulla strada intrapresa. Devo precisare che mi definisco un ciclista amatoriale, a cui piace molto uscire in bici. L’ho sempre vissuta come una passione e non come un’imposizione o un obbligo. Ho sempre cercato di ascoltare il mio corpo e anche la mia testa. Ovviamente non sempre si ha la voglia e la determinazione per uscire nelle giornate “difficili” (meteorologicamente e psicologicamente parlando). Ci sono momenti in cui si riesce a vincere la pigrizia o il freddo o la pioggia, e momenti in cui (anche per impegni sociali e relazionali) bisogna lasciar andare la presa.

Non ho mai pensato di correre dietro a nessuno. Non ho mai pensato di gareggiare o primeggiare contro nessuno. Non sono un prof. Il ciclismo è una passione e non il mio lavoro. Penso che troppa passione e troppa foga portino in un certo modo a una “dipendenza” dalla bici (anche se ben celata dietro i benefici che un uscita su due ruote porta sempre), da cui non si riesce a prendere più la distanza, e verso cui non si riesce più a essere obiettivi. Per fortuna non sono mai arrivato a questi livelli. Probabilmente una valvola di “sicurezza” scatta nel mio cervello e mi impedisce di arrivarci, e di questo sono molto contento.

Sono anche felice di essere un ciclista obiettivo, consapevole delle mie capacità, che conosce il suo corpo e i suoi limiti, ma soprattutto che sa “uscire in bici” con chi è poco allenato, e che non esce, “per stare in compagnia”, con chi ha 15.000 km nelle gambe.. perchè tanto si sa come va a finire.. Questa è una bellissima qualità che mi ha trasmesso mio padre, osservandolo correre, e sentendogli raccontare le storie sui suoi giri passati, e sulle “sfide” con i suoi amici del pedale.

Detto questo torno all’argomento iniziale del post, e cioè questo 2009. Quest’anno è stato un pò più vario degli scorsi, se non altro perchè ho cambiato spesso percorsi, e ho conosciuto zone nuove, fuori dai classici giri della mia zona. Il campo-base era situato tra Treviso Nord e Conegliano. Sono due zone d’attacco facilmente raggiungibili in 30′ di autostrada e che tutto sommato non sono troppo esposte a traffico intenso.

La zona del Montello l’ho frequentata durante il tardo inverno e la primavera, visto che non ha salite troppo lunghe e non raggiunge mai dislivelli troppo impegnativi. La zona che parte da Conegliano, che si estende verso Vittorio Veneto a Est e Valdobbiadene a Ovest, è invece stata teatro di bellissimi giri, molto vallonati, immersi nella famosa strada del Prosecco (qualcosa di simile alla strada verso Eppan, sul lago di Caldaro per chi è pratico della zona). Ovviamente non ho disdegnato nemmeno le strade di casa mia, con le classiche salite dei Colli Euganei, e la stupenda zona (secondo me impareggiabile tra le quattro citate) dei Colli Berici.

Quest’anno non ho partecipato a nessuna gran fondo. Volevo provare a fare la Carnia Classic, che mi piaceva molto come percorso, ed era relativamente vicina a casa (partenza e arrivo a Tolmezzo). Purtroppo per motivi logistici legati a smottamenti  e frane, l’edizione 2009 è stata annullata, e sembra che anche per il 2010 non se ne potrà fare nulla. Per il 2010 potrei ricalcare un mio vecchio cavallo di battaglia, la Gf Sportful (che tra l’altro hanno leggermente allungato aggiungendo la Forcella Aurine, tra la Franche e il Passo Cereda) oppure provare qualcosa di nuovo. Esclusa la Carnia Classic, mi piacerebbe provare la Gf Charlie Gaul, che quest’anno è anche inserita nel Prestigio. Vedremo. Come si dice  in casa Liquigas.. deciderà la strada.

Tra le cime vecchie e nuove conquistate quest’anno, segnalo il Monte Cesen (da Valdobbiadene), il giro del Monte Baldo (versante trentino da Mori e discesa verso Caprino e lago di Garda), la salita a Milies (sempre da Valdobbiadene), l’accoppiata Passo Fedaia (versante Caprile) e Passo San Pellegrino (versante Moena), Passo Praderadego (da Cison di Valmarino), Monte Pizzoc (da Vittorio Veneto) ,Passo San Boldo (da Tovena) e il giro del lago di Garda. E’ mancato l’acuto, leggesi Passo del Rombo o Passo Manghen, però per varie vicende non si è creata la situazione adatta per salirci, e quindi ho preferito rinunciare piuttosto che trovarmi senza benzina nel bel mezzo della.. bagarre..

Quest’anno se possibile, vorrei anticipare di un mese l’apertuta della stagione (quindi metà gennaio), visto che almeno sono riuscito a correre fino a fine ottobre, contrariamente agli altri anni. Il tutto ovviamente meteo e temperature permettendo.Ogni anno che passa sento il fisico rispondere in maniera sempre differente, e mai come quest’anno, ho patito dei “buchi” di forma, in concomitanza di particolari giri (soprattutto dopo l’accoppiata Fedaia-San Pellegrino). L’età viaggia di pari passo all’allenamento: più anni passano e più ci si dovrebbe allenare. Senza contare le variabili rappresentate dal lavoro, famiglia, relazioni sociali etc..

Non ho particolari obiettivi. Mi piacerebbe fare una gran fondo, tornare a salire sul Rombo, il Manghen, o lo Stelvio, e magari scoprire qualche vallata o passo nuovo: in particolare mi piacerebbe fare tutta la Val d’Ultimo (da Lana al Lago Fontana Bianca) e provare a salire sul Passo Brocon, Cima Grappa (versante Semonzo o versante Quero), percorrere in lungo e in largo il Cansiglio e l’Alpago, e finire tutte le salite delle Prealpi Trevigiane, in particolare Pian delle Femene e il Bosco delle Penne Mozze.

Ma come sempre saranno le gambe a decidere dove andare.. Buon anno a tutti!

L’Astana è nei guai. Secondo quanto riporta il quotidiano francese “Le Monde”, infatti, il team kazako, durante il Tour de France 2009, sarebbe stato trovato in possesso di kit di perfusione, uno strumento utilizzato per le iniezioni e vietato non solo dalla Wada, ma anche dalle leggi interne francesi.

Pertanto, come si apprende da fonti interne alla Gendarmerie parigina, l’Astana avrebbe commesso un “reato penale” e questo potrebbe mettere in discussione il risultato dell’ultima Grande Boucle.

L’Astana è infatti il team di appartenenza di Alberto Contador, che ha gareggiato per squadra del Kazakistan vincendo il titolo, ed è anche il team che ha promosso il ritorno di Lance Armstrong, arrivato poi terzo agli Champs Elysées e ora migrato alla RadioShack.

E’ stata ovviamente aperta un’inchiesta da parte del viceprocuratore di Parigi Dominique Pérard e presto si dovrà fare chiarezza sulla vicenda, cominciando a sentire la versione dei fatti di tutte le persone coinvolte: direttore sportivo, staff medico e corridori.

Davide Rebellin, argento olimpico nella prova di ciclismo su strada ai Giochi di Pechino 2008, è il primo atleta italiano positivo in 112 anni di storia a cinque cerchi. Nel suo sangue sono state trovate tracce di Cera, la super-Epo che nel 2008 gettò un’ombra pesante sul Tour de France: positivi Riccò, Piepoli, Kohl e Schumacher.

Dopo 8 mesi di silenzio, il vicentino parla per la prima volta. E lo fa con La Gazzetta dello Sport. Racconta dei tanti misteri che ancora avvolgono la sua vicenda. “Ho scoperto da poco tempo che il controllo al quale sono risultato positivo è quello del 5 agosto, e non del 9, giorno della gara, come pensavo. Nei verbali del Cio consegnati durante l’istruttoria mi si attribuiscono campioni prelevati “in data imprecisata”. Poi nella sentenza del 17 novembre compare la data del 5 agosto”. E poi il numero dei campioni, 7, quando i test sono stati 3 e quindi la cifra dovrebbe essere pari, cioè 6. Le difficoltà dei cinesi a svolgere quel controllo, durato sino a mezzanotte. I documenti, chiesti dal suo collegio di difesa (Cecconi, Pavone e Martelli) al Cio, e mai avuti, relativi alla catena di custodia dei campioni; al buco di tre mesi nella conservazione, da agosto a ottobre; l’impossibilità di poter identificare, visto che non ci sono anche in questo caso i documenti, chi abbia aperto e chiuso le provette di Rebellin. Che, per quanto riguarda quel campione di sangue del 5 agosto, è stato aperto e chiuso tre volte: in Cina ad agosto, dopo il primo controllo che risultò negativo; il 17 febbraio a Losanna e il 18 a Parigi. Soprattutto, le incongruenze legate al metodo di ricerca del Cera sul sangue, che al tempo dei test di Rebellin non era stato ancora validato dalla Wada (l’agenzia mondiale antidoping), così come è posteriore pure l’autorizzazione concessa al laboratorio di Parigi che quel test usò. Le due date sono rispettivamente 31 maggio e 30 giugno; le analisi di Rebellin risalgono al 18 febbraio e al 28 maggio (controanalisi sul campione B).

Adesso la battaglia si sposta al Tas, il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna. Il Cio ha tolto a Rebellin il secondo posto, il corridore ha restituito al Coni la medaglia d’argento e i 75 mila euro di premio. Entro un paio di mesi si saprà: se la difesa del vicentino è soltanto un gesto di disperazione per coprire il disonore o se invece metterà davanti alle proprie responsabilità il Comitato olimpico internazionale.

La settimana tricolore di ciclismo su strada 2010 è stata assegnata oggi dalla FCI alla città di Treviso. I percorsi sia della cronometro che in linea non sono ancora noti, ma ci sono buone probabilità che ci sia una serie di passaggi su qualche “presa” del Montello.. e noi ci saremo..

Il mio amico-collega-biker Roberto, detto “ea bestia” ha avuto l’occasione di provare la Wilier 101, dotata di cambio Shimano elettronico. Allego qui la sua prova e descrizione relativa, che ritengo molto interessante.

“Ieri pomeriggio, grazie alla disponibilità del mio meccanico di fiducia, ho avuto l’opportunità di provare la nuova Wilier CentoUno. E fin qui nulla di eclatante. Di significativo invece c’era il gruppo, Shimano – DuraAce – Di2, in sostanza la nuova versione elettronica del colosso giapponese, e la dotazione della specialissima che presentava la versione dei cerchi modello Fulcrum Racing Zero, dotata però della opzione 2 Way Fit, che per l’occasione si avvaleva della soluzione con i tubeless.

Causa il periodo invernale ho potuto testare la specialissima solamente per una 40 di km di sola pianura, però le prime indicazioni direi sono comunque significative.

Ma andiamo per gradi. Il gruppo innanzitutto. Confesso, le mie aspettative erano elevate, dovute essenzialmente al concetto: “il gioco vale la candela…”.

Direi che il mio giudizio è essenzialmente positivo. Merita una nota la dolcezza con cui il sistema gestisce sia le cambiate in salita che in discesa e la conseguente precisione delle stesse, in considerazione del fatto che il mio confronto è con la versione Shimano DuraAce, modello 7800, versione che utilizzo sulla mia specialissima.

Significativa è anche la velocità di cambiata sia per il cambio posteriore che per lo spostamento del deragliatore; l’unico particolare è quello “strano” rumore elettrico che percepisci nel momento in cui fai salire la catena del 34 al 50.

Diversa è il giudizio sulla gestione delle leve; le levette che gestiscono le cambiate sono raccolte in un sistema veramente contenuto per dimensioni. Ergo, se lo utilizzi con i guanti estivi nessun problema, manualità perfetta; però se lo utilizzi con i guanti invernali qualche difficoltà la rilevi.

Con il guanto invernale non hai più quella sensibilità che ti permette di distinguere in automatico le due leve, e la possibilità di utilizzare quella sbagliata è veramente elevata.

Considerazione sul gruppo elettronico della Shimano a parte, il giudizio sul modello CentoUno è positivo, se si considera la rigidità complessiva dimostrata dal telaio della ditta di Rossano Veneto. Positiva è la sensazione di stabilità che arriva dalla sezione sterzo, dove anche se cominci a spingere sui pedali in maniera decisa hai l’impressione che la parte anteriore assecondi perfettamente la spinta impressa sui pedali. Apprezzabile è la rigidità dimostrata, ma che non va però a scapito del confort di guida, visto che le sensazioni ricavate fanno pensare che le lunghe distanze non siano un problema per chi si avvarrà della CentoUno per completare anche lunghi chilometraggi.

Un discorso a parte a questo punto andrebbe fatto per l’accoppiata cerchio – coperture.

Si diceva dell’utilizzo dei tubeless; salendo sulla CentoUno la prima impressione che si ricava è dettata dall’estrema scorrevolezza delle ruote, merito chiaramente della soluzione con i tubeless, ma il dettaglio lo apprezzi ulteriormente quando la velocità di crociera diventa importante, e quando il manto stradale diventa sconnesso. Hai la percezione di un confort e di una scorrevolezza maggiore rispetto ad una soluzione classica dotata di copertura con copertoncino.Va segnalato però come i Fulcrum Racing Zero pur guadagnando notevolmente in termini di scorrevolezza ed in confort, hanno mantenuto soddisfacente l’impressione di rigidità del cerchio, dote che è sempre stata uno dei suoi principali cavalli di battaglia.

Ammetto. Alla fine del mio test è con un po’ di riluttanza che ho riportato al legittimo proprietario, Wilier – Super Bike di Franco Bonetti – Limena/Padova la specialissima oggetto del mio test.

La CentoUno chiaramente andrebbe provata in un percorso più probante, che preveda la percorrenza di un tragitto nervoso al fine di verificare la sua resa su terreni diversi; questo consentirebbe di mettere alla prova anche il nuovo cambio elettronica della Shimano e di completare un’ultima valutazione: ma il gioco vale veramente la candela? Alla luce del prezzo di listino del modello provato, cifra non esattamente delle più economiche. Ma lo sappiamo. Le occasioni, le novità rendono il ciclista voglioso. Voglioso di provare. D’altronde. Il ciclismo altro non è che uno sport. Ludico”

Roberto

Amicizia ben riposta?..

Il tribunale nazionale antidoping, del Coni ha squalificato per 20 anni Gianni Da Ros, il ciclista azzurro arrestato nel marzo scorso nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di sostanze dopanti nelle palestre. La sospensione inflitta a Da Ros è tra le più alte comminate dall’organo di giustizia del Coni. La sanzione comminata oggi al corridore si estinguerà il 22 novembre del 2029.

L’atleta friulano era stato arrestato lo scorso 11 marzo dai Nas mentre si trovava a Padova, in ritiro con la Nazionale della pista. Dopo due giorni di carcere era stato messo agli arresti domiciliari. Il 24 marzo era tornato libero in seguito alla revoca della custodia cautelare. L’inchiesta aveva preso il via sul finire del 2007, ma aveva subito un’accelerazione dopo un servizio de Le Iene andato in onda il 7 marzo dell’anno scorso. Uno degli inviati, per circa 700 euro, aveva acquistato, in un Vitamin Store di viale Padova a Milano, un kit di prodotti per gonfiare i muscoli: Sustanon, Proviron, Decadurabolin e Winstrol. Secondo l’accusa, Da Ros non solo si sarebbe dopato lontano dalle gare per non incappare nei controlli, ma avrebbe anche fornito i farmaci a due ciclisti dilettanti. “L’arresto di Da Ros s’inserisce in una più ampia operazione riferita ad un presunto traffico di sostanze dopanti nelle palestre. Liquigas, così come la Federciclismo italiana, è dunque totalmente estranea alla vicenda”, rendevano noto 8 mesi fa in un comunicato congiunto la federciclismo e la Liquigas, la formazione con cui era tesserato l’atleta immediatamente sospeso.

Quanto aveva ragione Alfredo Martini. Intervistato per noi subito dopo aver ricevuto presso il Teatro Regio di Parma il Premio Sport Civiltà, l’ex CT dell’Italia aveva – tramite i nostri microfoni – chiesto scusa agli appassionati (“quelli veri”) di ciclismo.

Il motivo è presto detto. Il ricorso al doping altro non è che una presa in giro, un voler aggirare le regole fondamentali del ciclismo tramite l’ultilizzo di mezzi illecitici che con lo sport non hanno nulla a che vedere.

“I giovani devono capire che non è con il doping che si fa carriera – spiega Martini nell’intervista che potete ascoltare integralmente cliccando sul link sotto la foto – per sfondare nel ciclismo bisogna fare tanti sacrifici e allenarsi sempre con costanza”.

Questo breve preambolo è in riferimento al seguito della vicenda-Rebellin, che solo ieri era stato chiamato a restituire la medaglia d’argento conquistata nella gara in linea delle Olimpiadi di Pechino nel 2008.

Il corridore veneto, che da quando è emersa la sua positività al Cera ha fatto completamente perdere le tracce, per il momento non ha nessuna intenzione di restituire la medaglia conquistata ai Giochi dello scorso anno. Questo in sintesi il significato del comunicato diffuso dai legali di Rebellin, Federico Cecconi e Fabio Pavone, che fa sapere “di aver ricevuto dal Cio comunicazione con la quale si afferma la sua asserita responsabilità per violazione della normativa con la quale si afferma la sua asserita responsabilità per violazione della normativa antidoping in occasione dei Giochi Olimpici di Pechino”.

Il che, tuttavia, non significa affatto che Rebellin accolga la richiesta del Cio. Anzi. “Si anticipa fin da ora – prosegue il comunicato dell’ex corridore della Diquigiovanni Andronni che impugneremo il procedimento perchè frutto di una serie eclatante di interpretazioni in ‘malam partem’ dei fatti occorsi, viziato tanto nel merito, tanto nella procedura osservata al fine di addivenire a una decisione, singolarmente pronunciata a più di sette mesi dalla contestazione dei fatti e a circa cinque mesi dall’udienza, per di più fondata su dichiarazioni successive in relazione alle quali la parte non ha mai avuto modo di interloquire, né di scrivere argomentazioni difensivi”.

Che difesa. E che paroloni. Senza decenza e rispetto per l’intelligenza delle persone.Ma non era forse meglio non ricorrere al doping? Eppure sembra così semplice; il culto del lavoro e della fatica, per qualcuno, pare ormai essere qualcosa di sconosciuto. Già, Alfredo Martini aveva proprio ragione…

Più che di una notizia sconvolgente si tratta di un passo dovuto. Davide Rebellin dovrà restituire la medaglia d’argento vinta all’Olimpiade di Pechino 2008. A chiederlo è il Cio.

COMUNICAZIONE DIRETTA AL CONI - La notizia è giunta nella serata di martedì. Il Coni, con un comunicato stampa, ha comunicato che “la commissione disciplinare del Cio, composta da Thomas Bach (presidente), Gerhard Heiberg e Frank Fredericks (membri) ha squalificato dalla gara di Ciclismo su strada maschile ai Giochi Olimpici di Pechino 2008, dove si è classificato al secondo posto, l’atleta italiano Davide Rebellin. Saranno ritirate la medaglia e il diploma conseguiti nell’evento”.

TUTTA COLPA DELL’EPO-CERA - Il motivo è chiaro. Rebellin, dopo il secondo posto di Pechino, risultò positivo al controllo antidoping, quando furono trovate tracce di Epo-Cera. Il Cio ha specificato che “all’Uci è richiesto di modificare il risultato dell’evento sopra citato secondo quanto previsto dalle regole e di considerare le successive azioni di sua propria competenza”.

REBELLIN, TUTTO TACE - A questo punto si attende una replica da parte dello stesso corridore. Ma non sarà semplice. Perché dal momento della positività in poi Rebellin si è chiuso in un ermetico silenzio stampa. Aggrappato alla medaglia. Ma non in eterno.

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