Gianni Mura e Marco Pantani

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Non scrivo volentieri su Pantani, perchè penso sia stato scritto troppo e male da quando ha deciso di farla finita quasi 10 anni fa. Tanti sono saliti sul carro del vincitore, quando spianava le salite ed emozionava le folle. Gli stessi che sono immediatamente scesi dal carro per dargli addosso la croce.

Credo che la cosa migliore da fare sia ricordarlo per quello che ha fatto in corsa, per le vittorie che ci hanno fatto esaltare e per quel suo modo di pedalare arrembante e spregiudicato. Tutto quello che è stato scritto e detto dopo sa molto di interessi trasversali e speculazione.

Però quando scrive Gianni Mura, soprattutto su Pantani, si può fare un’eccezione perchè l’articolo merita sempre di essere letto e meditato.

“Dieci anni, di già. Ma siete ancora qui a esaltare un drogato? Oppure: ma non avete ancora capito che era l’agnello sacrificale? Dieci anni dopo la morte, Marco Pantani continua a dividere, come dieci giorni dopo. Solo quando correva e vinceva tutti lo sentivano loro. Io non mi riconosco in nessuna delle due fazioni, quella del diavolo e quella dell’angelo. Troppo estreme, in un certo senso troppo comode.

Sarebbe meglio conciliare: anche i diavoli hanno slanci positivi, anche gli angeli non resistono alle tentazioni. E, comunque, Pantani era un uomo. Un uomo solo al comando quando staccava tutti in salita. Un uomo solo allo sbando dopo Madonna di Campiglio. La lunga, sofferta discesa in fondo alla quale non sapeva più distinguere gli amici veri dai finti, quelli che si preoccupano della tua infelicità e quelli che la rivestono di polveri bianche e donne a pagamento.

Mi riconosco pure in un libro appena uscito: «Pantani era un dio» (edizioni 66thand2nd, 247 pagine, 16 euro). L’ha scritto Marco Pastonesi, collega della Gazzetta che ha per primo amore il rugby ma che nel ciclismo tiene bene la ruota dei grandi suiveurs sui fogli rosa. È uno che sa osservare e sa ascoltare, Pastonesi. E anche onesto. Prime righe della prefazione: «Pantani non era uno dei miei. Nessun campione, nessun capitano, nessun vincitore né vincente né vittorioso è uno dei miei. I miei sono i corridori che, da professionisti, non ne hanno vinta neanche una».

Dunque non Pantani.In questi dieci anni sono usciti molti libri sulla vita e la morte di Pantani, scritti da giornalisti italiani e stranieri, dalla manager, dalla madre Tonina. Più un film per la tv e un lungo, doloroso e umanissimo spettacolo del Teatro delle Albe di Ravenna (romagnoli come lui) e una decina di canzoni, dai Nomadi ai Litfiba, da Lolli agli Stadio. Più le processioni: sui blog, al cimitero di Cesenatico, sulle salite di Pantani. Quelle domestiche, l’amato Carpegna, il Centoforche, il Fumaiolo. Quelle più famose. Mortirolo, Alpe d’Huez, Galibier, Ventoux. Per come correva, posso dire che tutte le salite erano di Pantani. Erano il suo pascolo naturale, il suo mare verticale, erano croce e delizia. La croce era quella che chiamava agonia, la fatica più dura. La delizia era quel suo attaccarle stando in coda al gruppo e poi un po’ alla volta sorpassare tutti gli altri guardandoli in faccia. Lo faceva apposta, non era un caso. Non era un caso l’alleggerirsi in vista dell’attacco, era un segnale per gli avversari, un avvertimento, come il drin di un campanello: tra un po’ comincio a darci dentro, mi venga dietro chi può. Non a caso, ancora, Pastonesi dilata il quadro, dà voce a tutti i gregari di Pantani, a chi s’è allenato con lui e ha corso con lui, anzi per lui, perché la Mercatone Uno prevedeva un solo capitano, Pantani, e tutti gli altri al servizio della causa, Se vinceva lui, vincevano tutti.

E se perdeva, tutti perdevano. Nella dilatazione del quadro ci sono i grandi ciclisti romagnoli del passato, e i grandi scalatori come Gaul, Bahamontes, Massignan. Come il primo dei grandi scalatori, René Pottier, vincitore del Tour 1906, che s’impiccò a una trave delle officine Peugeot il 25 gennaio del 1907. Delusione d’amore, dissero ai tempi. Nessun biglietto lasciato, un’altra morte misteriosa.

Come quella di Pantani. Che ha due grandi punti interrogativi su due stanze d’albergo. Una è quella di Madonna di Campiglio, 5 giugno 1999, l’inizio della fine. Come mai, trattandosi di una visita annunciata, non a sorpresa, il sangue di Pantani presentava un ematocrito a 52? E cosa accadde veramente nella stanza D5 del residence Le Rose, a Rimini, la fine della fine? Un libro di Philippe Brunel dell’Equipe ha documentato quante smagliature e lacune ci fossero nell’inchiesta. I dubbi restano e quel residence non c’è più, è stato demolito in tempi brevi, sorprendenti per la burocrazia nostrana.

I dubbi non restano in chi parla di Pantani solo come di un drogato, in bici e giù dalla bici, o solo come di un angelo innocente tirato giù dal cielo. Rivivere quegli anni, tra la fine degli ’80 e poco oltre il 2000, è come seguire le piste dell’Epo. Pantani ne ha fatto uso? Sì, come tutti. In che misura? Pastonesi cita livelli alquanto alti. Avrebbe vinto ugualmente? Sì, a parità di carburante. Ma, a Pantani morto, è saltato fuori che su qualcuno (Armstrong) l’Uci teneva aperto un larghissimo ombrello.

Per onestà, come Pastonesi ha scritto che Pantani non era uno dei suoi, devo scrivere che Pantani è stato uno dei miei. Perché, come i vecchi ciclisti, in corsa faceva di testa sua, non usava il cardiofrequenzimetro e quando s’allenava dalle sue parti beveva alle fontane e mangiava pane e pecorino. Perché, più ancora delle vittorie, ricordo l’attesa delle vittorie, o comunque dell’attacco in salita. E l’entusiasmo della gente, come un ascensore sonoro fra tornante e tornante. E l’Italia sulla canna di quella bicicletta, e i francesi che s’incazzavano, ma neanche tanto. Perché gli piaceva ascoltare Charlie Parker.

Perché dipingeva. Perché era piccolino. Perché parlava una lingua diversa. Pontani (Aligi, quasi un omonimo) mi chiamò dalla redazione quel 14 febbraio 2004. Ero in ferie, stavo cenando a Firenze. È morto Pantani. Non si sa di preciso, in un residence. Serve un coccodrillo, di corsa. Taxi, albergo, speciale Tg, dettare. Trovo ancora lettori che mi dicono che quel pezzo a caldo, in morte di Pantani è tra i più belli sche ho scritto. Non avrei mai voluto scriverlo e non l’ho scritto, è venuto fuori così. Come aprire un rubinetto, o una vena”. Gianni Mura (cit. Repubblica)

Froome the new Lance

295-Chris_Froome_2615261bHo letto con il solito interesse e piacere le pagelle e i voti dati da Gianni Mura ai personaggi sportivi del 2013 appena concluso. Mi sono soffermato con piacere alla voce Chris Froome, stravincitore del Tour.

“Sarà candido come un giglio, ma io la mano sul fuoco non ce la metto. E’ già tutta scottata. Voto: ai posteri”

Quindi da Gianni Mura, pluriesperto di ciclismo, oltre che di calcio e di buona cucina, il keniano bianco si è beccato un non-voto, oltre che tutta la diffidenza e la sfiducia che i suoi super-risultati portano ad avere. Non posso che sottoscrivere aspettando il giudizio e il voto dei posteri.

PS: comunque ne parlavo anche qui qualche mese fa: “Froome il nuovo Armstrong”

Paolo Maldini un campione mai banale

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Ho avuto la fortuna di vedere giocare Paolo Maldini, un campione sul campo, ma soprattutto nella vita. Consiglio a tutti di spendere qualche minuto per leggere la sua intervista, comparsa oggi su Repubblica, dove si toglie più di qualche sassolino dalle scarpe.

In un mondo, anche sportivo, dove non esiste più la riconoscenza e la lealtà, Paolo resta un’icona da trasmettere alle generazioni future. Peccato che al Milan non l’abbiano capito. Chapeau Paolo!

Gimondi un campione di uomo

felice-gimondiHo visto con piacere la puntata di Sfide lunedi scorso, dedicata a Felice Gimondi. Ho potuto riapprezzare le qualità di un campione sulle due ruote, ma soprattutto di un uomo da prendere come esempio per la sua tenacia e caparbietà.

Nonostante si sia scontrato con il più forte ciclista di tutti i tempi, il grande Eddy Merckx, non ha mai mollato e desistito e alla fine è riuscito a batterlo, nel Mondiale di Barcellona del ’73 e al Giro del ’76.

“Eddy Merckx mi ha insegnato a vivere, senza di lui avrei pensato che nella vita si poteva vincere sempre”.

Chapeau Felice!

Bulbarelli gran gourmet

Oggi per il Grand Depart del Tour da Liegi, è ricomparso davanti al video il grande capo del ciclismo su Raisport, al secolo Aurone Bulbarellone. Probabilmente visto che la corsa francese quest’anno sarà caratterizzata da una noia mortale, hanno pensato di riesumare il gran gourmet del ciclismo italiano e di “piazzarlo” davanti alla telecamera.

Speriamo sia solo una presenza passeggera, ma in caso contrario avremo la possibilità di organizzarci le ferie estive, visto che il nostro Aurone è specializzato in alta cucina, vini e tutto quello che ruota intorno alla buona tavola, ma che non ruota intorno al ciclismo in senso stretto