1°giro

piantina-pianta-germoglio-terreno-seme-terra-by-amenic181-fotolia-1000x665Oggi finalmente dopo tanti mesi di inattività, causati anche dall’intervento al ginocchio, sono tornato a correre in bici. La giornata non era soleggiata come i giorni scorsi, così mi sono dovuto accontentare di un pallido sole nascosto tra le nuvole.

Il bello (e il brutto) di questa parte della stagione è che non sai mai come vestirti quando esci e molto cambia anche in base all’ora che scegli per pedalare. Ho optato per un pantalone 3/4, una maglia manica lunga felpata con antivento smanicato, e la scelta si è rivelata corretta. Le gambe mi hanno fatto sentire subito la lunga pausa invernale, così ho scelto il classico giro di Galzignano di inizio stagione, con qualche salitella e molta pianura.

E’ stato piacevole tornare sulle strade amiche, un pò come tornare a casa, in un luogo familiare, pieno di ricordi e di salti nel passato. Ogni volta che pedalo qui, mi perdo a pensare e le emozioni fluiscono in un via-vai continuo, piacevole ma a volte anche nostalgico.

1°giro

Primavera ciclistica

pink-pescoQues’anno la mia stagione partirà inevitabilmente tardi, nonostante la primavera sia alle porte e il sole ci faccia compagnia da molti giorni. Sono ancora reduce dall’intervento al menisco, che mi ha costretto a casa per più di un mese, ma forse si vede un pò di luce in fondo al tunnel.

La bici è scesa dalla mansarda al soggiorno, il vestiario ha cominciato ad uscire dall’armadio, le scarpe dalla loro scatola. In lontananza i colli mi salutano tutte le sere con dei bellissimi tramonti e sembrano quasi chiedermi quando andrò a trovarli.

Questione di qualche giorno ancora e poi riprenderò a pedalare e a respirare, senza programmi, senza fretta, ma solo per il piacere di stare con due ruote nel verde.

MonteGrappa BikeDay 24.05.14

Il 24 Maggio 2014 ci sarà la possibilità di salire sul Monte Grappa su strade completamente libere dal traffico. Il versante scelto per salire sarà quello di Semonzo, che qualche giorno dopo sarà teatro della cronoscalata del Giro d’Italia 2014, mentre per scendere verrà utilizzata la più famosa (e larga) strada “Cadorna”.

E’ una bella iniziativa, che rientra tra quelle che permettono di percorrere le salite in situazione traffic-free. Per inciso il versante di Semonzo è abbastanza impegnativo, quindi per affrontarlo serve una certa preparazione di base. Vedremo se per maggio avrò le gambe per salire da questo versante per me inedito.

Qui di seguito tutte le indicazioni sulla manifestazione: www.montegrappabikeday.it

Pantani vola ancora

TdF 2000 XPer la maggior parte delle persone il 14 febbraio è solo una festa commerciale di poca importanza. Per gli amanti del ciclismo e dello sport in generale invece, è il giorno in cui è scomparso Marco Pantani, a detta dei più il più grande scalatore di sempre, sicuramente il ciclista che ha emozionato di più, per il suo stile in corsa e per il suo rapporto intimo con la salita e la fatica.

Quando correva Marco, ti aspettavi sempre qualcosa di grande, qualche “numero”, che puntualmente arrivava. Le corse non erano mai banali, mai attendiste, non si saliva in gruppo sul Mortirolo, ma la salita veniva violentata in un connubio di emozioni, incitamenti, urla, mani alzate.Tutti correvano a casa verso metà pomeriggio, “perchè c’era Pantani”, per vederlo scattare e fare il vuoto dietro di sè, come solo il grande Fausto Coppi aveva saputo fare, in memorie impolverate raccontate dai nostri padri e nonni. Tantissime persone si sono avvicinate al ciclismo grazie a Marco. Perchè lui sapeva far salire l’adrenalina, sapeva far scatenare gli entusiasmi, sapeva tenerti incollato al televisore per quattro ore, senza una pausa.

Quello che è successo dopo è stato un tragico destino, di cui si è scritto e parlato troppo, forse. La sua popolarità gli si è rivoltata contro, e in tanti hanno goduto nel poterlo affossare. Quello che ha fatto in corsa però rimane e rimarrà nella memoria e nei cuori della gente. Un’emozione unica, vera, palpitante, genuina. L’unico e ultimo a emozionare così. A distanza di 10 anni corre ancora sulle nostre strade, con la fantasia che solo lui sapeva evocare. Dopo di lui nessun altro ha saputo esaltare la gente con il suo modo di correre, e il ciclismo, suo malgrado, ha perso e creato un mito.

PS: Qui riporto l’articolo di Gianni Mura di 10 anni fa, comparso sulla Repubblica il giorno dopo la sua scomparsa.

Gianni Mura e Marco Pantani

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Non scrivo volentieri su Pantani, perchè penso sia stato scritto troppo e male da quando ha deciso di farla finita quasi 10 anni fa. Tanti sono saliti sul carro del vincitore, quando spianava le salite ed emozionava le folle. Gli stessi che sono immediatamente scesi dal carro per dargli addosso la croce.

Credo che la cosa migliore da fare sia ricordarlo per quello che ha fatto in corsa, per le vittorie che ci hanno fatto esaltare e per quel suo modo di pedalare arrembante e spregiudicato. Tutto quello che è stato scritto e detto dopo sa molto di interessi trasversali e speculazione.

Però quando scrive Gianni Mura, soprattutto su Pantani, si può fare un’eccezione perchè l’articolo merita sempre di essere letto e meditato.

“Dieci anni, di già. Ma siete ancora qui a esaltare un drogato? Oppure: ma non avete ancora capito che era l’agnello sacrificale? Dieci anni dopo la morte, Marco Pantani continua a dividere, come dieci giorni dopo. Solo quando correva e vinceva tutti lo sentivano loro. Io non mi riconosco in nessuna delle due fazioni, quella del diavolo e quella dell’angelo. Troppo estreme, in un certo senso troppo comode.

Sarebbe meglio conciliare: anche i diavoli hanno slanci positivi, anche gli angeli non resistono alle tentazioni. E, comunque, Pantani era un uomo. Un uomo solo al comando quando staccava tutti in salita. Un uomo solo allo sbando dopo Madonna di Campiglio. La lunga, sofferta discesa in fondo alla quale non sapeva più distinguere gli amici veri dai finti, quelli che si preoccupano della tua infelicità e quelli che la rivestono di polveri bianche e donne a pagamento.

Mi riconosco pure in un libro appena uscito: «Pantani era un dio» (edizioni 66thand2nd, 247 pagine, 16 euro). L’ha scritto Marco Pastonesi, collega della Gazzetta che ha per primo amore il rugby ma che nel ciclismo tiene bene la ruota dei grandi suiveurs sui fogli rosa. È uno che sa osservare e sa ascoltare, Pastonesi. E anche onesto. Prime righe della prefazione: «Pantani non era uno dei miei. Nessun campione, nessun capitano, nessun vincitore né vincente né vittorioso è uno dei miei. I miei sono i corridori che, da professionisti, non ne hanno vinta neanche una».

Dunque non Pantani.In questi dieci anni sono usciti molti libri sulla vita e la morte di Pantani, scritti da giornalisti italiani e stranieri, dalla manager, dalla madre Tonina. Più un film per la tv e un lungo, doloroso e umanissimo spettacolo del Teatro delle Albe di Ravenna (romagnoli come lui) e una decina di canzoni, dai Nomadi ai Litfiba, da Lolli agli Stadio. Più le processioni: sui blog, al cimitero di Cesenatico, sulle salite di Pantani. Quelle domestiche, l’amato Carpegna, il Centoforche, il Fumaiolo. Quelle più famose. Mortirolo, Alpe d’Huez, Galibier, Ventoux. Per come correva, posso dire che tutte le salite erano di Pantani. Erano il suo pascolo naturale, il suo mare verticale, erano croce e delizia. La croce era quella che chiamava agonia, la fatica più dura. La delizia era quel suo attaccarle stando in coda al gruppo e poi un po’ alla volta sorpassare tutti gli altri guardandoli in faccia. Lo faceva apposta, non era un caso. Non era un caso l’alleggerirsi in vista dell’attacco, era un segnale per gli avversari, un avvertimento, come il drin di un campanello: tra un po’ comincio a darci dentro, mi venga dietro chi può. Non a caso, ancora, Pastonesi dilata il quadro, dà voce a tutti i gregari di Pantani, a chi s’è allenato con lui e ha corso con lui, anzi per lui, perché la Mercatone Uno prevedeva un solo capitano, Pantani, e tutti gli altri al servizio della causa, Se vinceva lui, vincevano tutti.

E se perdeva, tutti perdevano. Nella dilatazione del quadro ci sono i grandi ciclisti romagnoli del passato, e i grandi scalatori come Gaul, Bahamontes, Massignan. Come il primo dei grandi scalatori, René Pottier, vincitore del Tour 1906, che s’impiccò a una trave delle officine Peugeot il 25 gennaio del 1907. Delusione d’amore, dissero ai tempi. Nessun biglietto lasciato, un’altra morte misteriosa.

Come quella di Pantani. Che ha due grandi punti interrogativi su due stanze d’albergo. Una è quella di Madonna di Campiglio, 5 giugno 1999, l’inizio della fine. Come mai, trattandosi di una visita annunciata, non a sorpresa, il sangue di Pantani presentava un ematocrito a 52? E cosa accadde veramente nella stanza D5 del residence Le Rose, a Rimini, la fine della fine? Un libro di Philippe Brunel dell’Equipe ha documentato quante smagliature e lacune ci fossero nell’inchiesta. I dubbi restano e quel residence non c’è più, è stato demolito in tempi brevi, sorprendenti per la burocrazia nostrana.

I dubbi non restano in chi parla di Pantani solo come di un drogato, in bici e giù dalla bici, o solo come di un angelo innocente tirato giù dal cielo. Rivivere quegli anni, tra la fine degli ’80 e poco oltre il 2000, è come seguire le piste dell’Epo. Pantani ne ha fatto uso? Sì, come tutti. In che misura? Pastonesi cita livelli alquanto alti. Avrebbe vinto ugualmente? Sì, a parità di carburante. Ma, a Pantani morto, è saltato fuori che su qualcuno (Armstrong) l’Uci teneva aperto un larghissimo ombrello.

Per onestà, come Pastonesi ha scritto che Pantani non era uno dei suoi, devo scrivere che Pantani è stato uno dei miei. Perché, come i vecchi ciclisti, in corsa faceva di testa sua, non usava il cardiofrequenzimetro e quando s’allenava dalle sue parti beveva alle fontane e mangiava pane e pecorino. Perché, più ancora delle vittorie, ricordo l’attesa delle vittorie, o comunque dell’attacco in salita. E l’entusiasmo della gente, come un ascensore sonoro fra tornante e tornante. E l’Italia sulla canna di quella bicicletta, e i francesi che s’incazzavano, ma neanche tanto. Perché gli piaceva ascoltare Charlie Parker.

Perché dipingeva. Perché era piccolino. Perché parlava una lingua diversa. Pontani (Aligi, quasi un omonimo) mi chiamò dalla redazione quel 14 febbraio 2004. Ero in ferie, stavo cenando a Firenze. È morto Pantani. Non si sa di preciso, in un residence. Serve un coccodrillo, di corsa. Taxi, albergo, speciale Tg, dettare. Trovo ancora lettori che mi dicono che quel pezzo a caldo, in morte di Pantani è tra i più belli sche ho scritto. Non avrei mai voluto scriverlo e non l’ho scritto, è venuto fuori così. Come aprire un rubinetto, o una vena”. Gianni Mura (cit. Repubblica)

Il “mini-sindaco” ha la coda di paglia

Filippo:

Il “mini”-sindaco ha la coda di paglia

 

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Comunicato 26/01/14: scintille fra Rossi e Zan sulla ciclopedonale

Riuscito incontro oggi, domenica 26 gennaio 2014, fra i membri del Comitato “Sì SalviAMO la ciclopedonale Sografi-Voltabarozzo” e il candidato Sindaco alle primarie del centrosinistra Alessandro Zan, già assessore all’Ambiente e attualmente deputato alla Camera.

L’appuntamento era all’inizio della Passeggiata Bianchini D’Alberigo dal lato della ciclopedonale sulle vie Sografi-Forcellini .

Circa 50 persone di varia estrazione ed età, accompagnate dai cani e dalle biciclette, alle ore 10 si sono avviate per passeggiare, godendosi la giornata meravigliosa di sole, e soprattutto la tranquillità che infonde il cuneo verde fra le zone Forcellini e Facciolati, fino al canale Scaricatore a Voltabarozzo.

La passeggiata ha consentito di far dialogare i cittadini membri del Comitato con il candidato Zan, esponente della lista SEL, che aveva inviato l’invito all’incontro.

All’altezza dell’istituto Cornaro breve pausa per uno scambio di considerazioni ufficiali.

Maurizio Ulliana, referente del Comitato, ha motivato…

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