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It's not over till it's over

L’UCI e il ciclismo che non vuole cambiare

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In tanti sono convinti che non ne usciremo. Che il ciclismo professionistico non uscirà dall’abisso, dal buco nero di mancanza di credibilità e vergogna in cui è formalmente precipitato ieri, con la polverizzazione del superdopato Armstrong e dei suoi sodali: compagni di squadra, medici, allenatori, direttori sportivi.

Difficile dar loro torto, pensando che ieri a Losanna sul pulpito del giudice c’era Pat McQuaidche per dieci anni non ha visto e non ha sentito nulla. Come non ha visto e sentito nulla Hein Verbuggen che oltre ad essere il suo padrino politico lo era anche di Armstrong. Pat & Heinappartengono alla sfera degli intoccabili e degli immutabili: chi conosce la politica sportiva sa che dagli scranni in cui si siedono se ne vanno solo loro e di spontanea iniziativa, quando vogliono. Cioè mai.

Eravamo tra i tre, forse quatto giornalisti che hanno seguito l’assemblea Uci lo scorso settembre a Maastricht. Il massimo consesso mondiale del ciclismo, un luogo che dovrebbe essere di dibattito e chiarimento dura due ore ed ha una forma agghiacciante.

Tra le frasi «Vi chiedo di votare il bilancio», «Si voti» «Votazione chiusa, bilancio approvato» Mc Quaid lascia passare meno di un secondo. Il rito si ripete per ogni modifica, mozione, cambiamento. Nessuno interviene, nessuno propone, se uno (non succede mai) alza la mano per dire qualcosa Pat risponde infastidito che la cosa verrà verificata da un’apposita commissione.

Pat propone e dispone. Il direttivo (un gruppo di anziani politici, tra cui il nostro Adorni,VerbruggenDi Rocco) siede schierato di fronte all’assemblea, con sguardi gommosi e fissi nel vuoto. I “vecchi” masticano solo un po’ francese, i nuovi solo l’inglese. Non c’è comunicazione, tanto non serve. Certi delegati del sud del mondo, sazi per i ricchi buffet e devastati dal fuso orario, ronfano nei corridori della sala congressi. Questi tipi dovrebbero cambiare il ciclismo?

Il dossier Usada non è solo un atto d’accusa contro Armstrong. Nelle sue mille pagine (che anche la maggior parte dei giornalisti non ha letto per intero) ci sono centinaia di «chiamate di complicità» per corridori, direttori sportivi, medici, team manager esterni al gruppo Armstrong. Centinaia. Alcuni chiamati per nome, altri facilmente identificabili. Pochi di questi nomi sono usciti sulla stampa, un po’ per pigrizia di noi cronisti, un po’ per imbarazzo.

Con quale faccia si potranno guardare le gesta dell’Astana, dell’attuale Astana che è passata praticamente in blocco per le mani di Ferrari ed è gestita dal supercliente Vinokourov, già positivo per trasfusione? Sarà banale, ma possiamo guardare serenamente il ciclismo in tv quando moltissimi ”esperti” chiamati a commentare le corse erano clienti assidui e felici del dottore e partecipavano all’attività di Discovery Channel?

Ma parliamo anche di cose più banali, più terra terra. Non è arrivato il momento, ad esempio, di chiedere a uno come Paolo Savoldelli di raccontare che rapporti aveva con Ferrari e di commentare (oltre alle corse in diretta, cosa che fa benissimo) anche alcune testimonianze giurate presenti nel dossier, come quella di Tom Danielson, oppure il contenuto di alcune mail che lo riguardano tra Armstrong e Stefano Ferrari? E’ imbarazzante, Paolo? Lo è anche per noi, credici. Ma tu lavori per la Rai, che è servizio pubblico: e noi abbiamo diritto di avere delle spiegazioni da una voce per che ascoltiamo (e volentieri) per decine e decine di ore dalla tv di stato.

Come possiamo, continando su altri fronti, credere in quei direttori sportivi e team manager che facevano finta di non vedere dove e con chi si allenavano i loro atleti? E che dire dei medici, come sempre sordi, ciechi e muti?

Bene, di tutta questa gente NON ci siamo liberati col processo ad Armstrong e probabilmente non ci liberemo mai.

Costoro – fateci caso – durante questi mesi non solo non hanno detto una parola ma hanno continuato come se niente fosse a scrivere facezie su Twitter, unico mezzo di comunicazione che ormai padroneggiano. Non dicono nulla perché loro stessi sanno di non essere più attendibili, credibili. Aspettano ben chiusi nei loro uffici che passi la piena, che la bufera si sposti per continuare  a parlare di programmi, corridori, piani tecnici.

Inutile illudersi: non è questione di liberarsi di questa gente, se non la sottoporremo al giudizio della storia, incalzandola a fondo se serve, se il ciclismo non saprà confrontarsi senza reticenze con un passato colpevole, omissivo, codardo, non potrà mai rialzare la testa e guardare al futuro con dignità. Se non lo facciamo questa volta è davvero finita. (dal blog di cycling pro)

Autore: Filippo

Quando Marino Basso ha vinto il mondiale di Gap avevo poco più di un mese. Sono ciclista per passione e tradizione di famiglia. Quando esco in bici riesco a non pensare a niente. E' uno stato privilegiato. Di silenzio, pace, serenità. L'unica cosa che riesco a percepire, è il ritmo del mio respiro. Quello che mi fa sentire veramente vivo.

2 thoughts on “L’UCI e il ciclismo che non vuole cambiare

  1. Bellissimo articolo. Nessuna squadra è stata esente dal doping in passato, è inutile cercare di scaricare tutte le colpe su Armstrong e la US Postal. Però finché ci sarà questa gente a regnare sul ciclismo, usciranno solo i nomi che vogliono e solo per dimostrare che l’UCI serve a qualcosa. Per fortuna gli amanti del ciclismo non si curano di queste cose e continuano ad apprezzare la fatica e il sacrificio che, doping o non doping, questo sport ci offre sempre.

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