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It's not over till it's over


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Elia Viviani oro olimpico a Rio

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Elia Viviani ha vinto la medaglia d’oro alle olimpiadi di Rio nella specialità Omnium, una sorta di decathlon delle gare su pista. E’ stata la medaglia della volontà, della perseveranza, del sacrificio, della semplicità e dell’umiltà.

Il ciclista veneto si è sempre contraddistinto per il suo carattere pacato, il suo essere mai sopra le righe, la sua correttezza e la sua pulizia (sia nelle volate che nelle vene).  A Londra 2012 era sceso dal podio all’ultima prova, e anche ieri “palla di cannone” Cavendish, noto per la sua scorrettezza e disonestà, aveva provato a farlo fuori, innescando una caduta da cui Elia si è rialzato, per andare a vincere.

Ieri i super-espertoni di Sky (tale Vincenzo Martucci) non vedevano altre medaglie d’oro all’orizzonte nell’ultima settimana, dimenticandosi forse del ciclismo su pista, del volley maschile, della pallanuoto femminile, del nuoto di fondo etc etc.

Peggio di loro hanno fatto e continuano a fare gli “statali” della Rai, con la loro programmazione a “scatolotto” delle olimpiadi: un bel contenitore (in HD eh!) dove mettere dentro alla rinfusa ore di diretta (ma soprattutto di repliche) senza un nesso logico, ma soprattutto senza capire quali sono i momenti importanti da trasmettere, in una manifestazione sportiva. Di esempi ce ne sono a migliaia.

Un suggerimento: ma nell’era della fibra, non si potevano fare 7-8 canali in streaming, dove ognuno potesse seguire “tutte” le gare? (e per tutte intendo nella loro interezza, senza vedere tranciati pezzi di gara così alla cazzo). Troppo difficile. Bisognerebbe creare un pool di informatici, ma siamo ad agosto..

Comunque ancora complimenti e onore ad Elia e al ciclismo, anche se si sa che dopo le olimpiadi il ciclismo su pista tornerà nell’anonimato: il campionato kosovaro di serie A è alle porte. Vuoi mettere?

 


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Ground Zero

c8bb6d0bc0b9d0e7962ad5e771d142f8Stanchezza, sempre stanchezza. In un mese e mezzo ho fatto tre giri degni di quota, poi per il resto è stato un lungo trascinarsi. Come se fossi ai primi giri dell’anno. Come se non avessi più nessun tipo di forma. Ormai ho esaurito le ipotetiche cause.

Ho dato un’occhiata alle stagioni passate ed effettivamente ogni anno ho avuto dei cali di forma, ma che duravano al più 15 giorni. Ora invece è un protrarsi continuo, tanto che oggi, frustrato anche dal freddo e dal vento, ho deciso di chiudere bottega dopo neanche 3 ore di strada.

E’ un peccato, perché questo sarebbe il tempo del raccolto, dopo aver seminato in primavera. Invece mi trovo con un albero spoglio e triste. E chissà se qualcosa fiorirà nelle ultime settimane disponibili.

Ground Zero


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Venda 3

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Per prepararsi a una salita di 25 km ci vogliono 2 cose: gambe e testa. Perché non basta essere allenato nel motore, ma devi anche essere preparato mentalmente per stare quasi 2 ore “in apnea”. Non ci sono vie di fuga in salita: o sali o scendi.

Parto in sordina direzione Euganei. Mi sembra di avere ancora le gambe imballate degli ultimi giri, ma decido di fare solo salita lo stesso e vediamo dove arrivo. E’ un po’ meno afoso e questo mi fa ben sperare.

Non salgo di sella, ma in sella: motore al minimo, pignone 26.

Cerco di non pensare molto. La testa è in uno stato di concentrazione silenziosa, quasi zen. Le gambe non sono splendide, ma tengono. Prendo fiducia.

Così mi ritrovo a salire sul Monte Venda per 3 volte, da tre versanti diversi (Cingolina-Roccolo, Boccon-Castelnuovo, Rovolon-Bettone-Castelnuovo).

Totale 1807 mt per quasi 5 ore di sella. E sono tornato a divertirmi.

Cingolina-Roccolo-Venda-Passo del Vento-Boccon-Venda-Teolo-Carbonara-Rovolon-Bettoniera-Teolo-Castelnuovo-Venda


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Zero fuel

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Passati 5 mesi su 7 effettivi di stagione ciclistica. Ho raccolto molto meno di quello che mi aspettavo, per svariati problemini e contrattempi, ma la cosa più fastidiosa è questa forma che tarda a ritornare. In primavera per la pioggia, a giugno per una influenza intestinale che mi ha fatto mettere piede a terra, ora l’afa canicolare padana. C’è sempre un motivo (come dice l’Adriano nazionale).

I numeri mi confortano perchè mi dicono che sto pedalando meglio degli anni scorsi, come numero di uscite, chilometraggio e aumento di quota, quasi al livello dell’anno mirabile 2011, eppure a me sembra di andare piano, molto più piano, a volte quasi fermo. Non è stanchezza da poco allenamento, quella che sento di solito in primavera quando comincio ad allungare un pò i giri. Sono gambe dure, pesanti, che non vanno insomma.

Le fredde cifre non dicono mai tutto perchè la bici è fatta anche di sensazioni, motivazioni e momenti personali di vita, però resta il fatto che sono qui alla fine di luglio a smadonnare perchè le gambe sono imballate, non rispondono come vorrei e non mi permettono di fare i giri che mi rimarebbero poi impressi nella bacheca del cuore.

Ma come ho sempre pensato e come la bici mi ha insegnato: it’s not over till it’s over, non è finita finchè non è finita. Ho ancora due mesi buoni davanti a me e continuerò a spingere finchè qualcosa di buono salterà fuori.

Arquà-Calaone-Monte Gemola-Valnogaredo-Bagnara Alta


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Il Tour della noia

E’ stato il Tour più noioso degli ultimi 20 anni, e forse anche di più. Elettroencefalogramma piatto dal punto di vista emozioni, scatti, tattica di corsa, sorprese. Partecipanti anonimi, scialbi, quasi come paracarri piantati lungo le salite-autostrade della corsa più “importante” del mondo (??).  Se a un certo punto in classifica, dopo il Lance inglese, c’erano Mollema e Yates, e poi ancora Bardet e un inchiodatissimo Quintana, penso che il livello medio della corsa sia stato molto basso.

Tutti arroccati a difendere i loro punticini UCI, con la sola eccezione dei due Astana-boys, Nibali e Aru, che hanno provato a modo loro a risvegliare i dinosauri addormentati della corsa (e gli spettatori davanti alla tv). Anche la solita sceneggiata dello champagne bevuto nella tappa-farsa-passerella di Parigi, ormai ha stancato: ad uso e consumo dei soli partecipanti, mentre noi a casa sprofondati sul divano con la bava sul cuscino, in attesa di essere risvegliati dalla volata finale.

L’unica emozione degna di nota è stata la tappa del Ventoux, con la caduta e la rincorsa a piedi di Vroome, che gli organizzatori hanno pensato bene di cancellare, inventandosi a piè pari dei nuovi regolamenti ad hoc, per difendere la loro faccia sporca e la figura di merda che avevano fatto di fronte al pianeta delle due ruote.

Altra (unica) eccezione il campione del mondo Sagan, maglia verde per la quinta volta consecutiva, il solo che corre sempre con il coltello tra i denti, anche a costo di perdere, ma sempre con l’intenzione di fare spettacolo per strada.

Sicuramente il tanto bistrattato Giro era stato più emozionante, con le roi Nibali autore di una rimonta che aveva appassionato anche gli ignoranti di ciclismo, come non accadeva dai tempi di Pantani. Peccato che il Giro non se lo caghi nessuno, collocato in un momento della stagione sfortunato, quando tutti si vogliono preparare per fare le belle statuine al presepio francese.

Se questo è il ciclismo, sogni d’oro a tutti. Mi vien da rimpiangere qualche bel caso di doping: almeno lì si ascoltava qualcosa di interessante.

 


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Giostra ferma

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Dopo il giro sull’altipiano di Asiago mi ero preso i classici giorni di scarico, per poi riprendere a salire. Dopo il terzo giro però è suonato l’allarme: gambe un po’ vuote e dure. Ho cominciato al solito l’elenco degli ipotetici motivi: il caldo, la stanchezza legata alle notti di lavoro, un bicchiere di vino di troppo  etc.

Poi parlando col Roby, abbiamo pensato ad un’altra possibilità: la mancanza di fondo. Io d’inverno non pedalo proprio, mentre sarebbe importante fare la base per la stagione estiva. Questa abitudine non mi causava particolari cali di forma durante l’anno, però nelle ultime 2-3 stagioni, ho notato purtroppo un aumento della frequenza di questi “buchi di forma”, con un concomitante calo generale a metà estate. Dovrò affrontare la questione il prossimo inverno, anche se continuo a non sopportare la bici con il freddo.

Per ora, continuo con la filosofia che mi ha tramandato mio pà, “la goccia continua”, cioè il continuare a uscire, senza strafare, aspettando che il momento nero passi.

Cingolina-Roverello-Calaone-Bagnara Alta


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Il Tour della vergogna

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Oggi al Tour de France, la corsa più importante del mondo in bici, abbiamo assistito a uno spettacolo pietoso e imbarazzante. L’accorciamento della tappa del Ventoux, per problemi legati al vento, aveva accorciato il percorso di 6km. Quindi TUTTE le persone che da giorni si erano posizionate al di sopra di tale quota, si sono riversate verso valle, per poter assistere alla tappa: si parla di circa 300.000 persone che hanno assiepato l’ascesa monca del monte Calvo.

Probabilmente l’organizzazione francese ha sottovalutato l’impatto dell’accorciamento della tappa sull’ordine pubblico e nonostante abbia transennato l’ultimo km di corsa, l’affetto dei tifosi è stato troppo debordante. Detto questo e fatte le dovute critiche alla grandeur parigina, arriviamo al peggio. ASO ha deciso di neutralizzare la tappa, “a modo suo” cioè solo per il pupillo SKY Froome, addebitandogli il tempo di Mollema, che era caduto con lui e che poi aveva proseguito dopo l’incidente.

Non si era mai vista una applicazione delle regole così discrezionale (quali regole poi?). L’organizzazione fa e disfa a suo piacimento il regolamento, a seconda delle simpatie o antipatie verso squadre e corridori, o a seconda di quanti soldi riceve in sponsorizzazioni dai vari team, e in questo caso ben si capisce perchè abbiano voluto aiutare le tasche piene della Sky.

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Per me la scena di Froome che corre a piedi verso il traguardo resterà una delle più belle e affascinanti di sempre, simbolo di un attaccamento e abnegazione verso il risultato finale. Per una volta il Tour era uscito dalla noia mortale che lo attanaglia da sempre e aveva creato uno spettacolo diverso e fruibile anche ai neofiti delle due ruote.

In fondo il keniano bianco aveva perso solo pochi secondi e con due colpi di pedale si sarebbe ripreso la maglia gialla già domani nella crono (mica aveva perso mezz’ora). Invece ci ritroviamo con un giochino tenuto insieme da un gruppo di politicanti sportivi, che orchestrano la loro baracca, senza preoccuparsi di conseguenze e opinione pubblica.

Ci si scandalizza per un atleta trovato positivo (del tutto normale a mio parere nello sport di oggi) ma io sono rimasto molto più schifato dalla gestione mafiosa che ASO ha avuto oggi. Se loro vogliono fare le regole a loro piacimento e cambiarle a seconda dei loro interessi, va bene. Da domani per me non esisterà più il Tour.

PS: In serata Prudhomme, CEO del Tour, ha giustificato la scelta di ridare la  maglia gialla a Froome per le “circostanze eccezionali” che sono avvenute e comunque hanno voluto rispettare il vantaggio guadagnato fino a lì su Quintana e gli altri. Cioè si sono arrogati il diritto di decidere che da un certo punto della tappa in poi non sarebbe successo più nulla. Per fortuna a Froome non hanno regalato un altro minuto extra sul povero Nairo, vista la giornata-no del colombiano, dato che sanno anche predire il futuro.

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