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It's not over till it's over


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Froome e i watt sospetti

Chris-Froome-744x445Ieri Froome ha sbaragliato la concorrenza in modo disumano e imbarazzante, nella prima tappa pirenaica del Tour. E’ tornato ai livelli del 2013, visto che nel 2014 al Tour era caduto e poi alla Vuelta, inspiegabilmente, non andava così forte.

Si è fatto un gran parlare di watt e potenza e i sospetti che si tratti di un nuovo Lance Armstrong sono tornati prepotentemente alla ribalta. Pare che abbia spinto tra i 600 e i 700 watt lungo tutta la salita, con 108 pedalate al minuto: francamente, per uno che pesa sui 62 kg, sembrano dati imbarazzanti. Per intenderci Contador, nella tappa del Mortirolo, recuperando su Landa e Aru, spingeva a 400 watt.

Ma non è solo questo che fa pensare. La Sky non vuole rendere pubblici i wattaggi del suo campione keniano (probabilmente perchè troppo esagerati) anche se pare che qualche hacker sia riuscito a entrarne in possesso. Si parla di quasi 700 watt nella tappa del Ventoux 2013.

Io mi chiedo: se veramente non hanno nulla da nascondere (come continuano a ripetere) perchè non renderli pubblici? E’ proprio questa poca trasparenza che alimenta il sospetto. Troppe volte in passato siamo stati scottati da doping sotterranei, scoperti anni dopo, con l’evoluzione (tardiva) dell’antidoping.

Per il momento ci si deve fidare e la mano sul fuoco non la si mette per nessuno. Resta il sospetto. E la Sky e il suo nuovo fenomeno bianco non vogliono fare nulla per dissiparlo.


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Paolini e il doping di serie B

hi-res-7bc43555dcdfe16db3146623f22020be_crop_northLa positività di Luca Paolini a un metabolita della cocaina è l’ennesima figura di merda fatta dal ciclismo, nel momento dove l’attenzione dei media sulle due ruote è massima, vista la concomitanza con il Tour de France. Non si capisce come mai le notizie sul doping rimbalzino in prima pagina su tutti i notiziari (come se fosse una novità), per poi passare nel dimenticatoio quando si torna a parlare di ciclismo “giocato”. Quello che mi lascia basito e deluso, non è tanto la notizia in sè, ma i commenti e le giustificazioni che sono state date, dal corridore stesso e poi da una certa parte di giornalisti.

Paolini ha farfugliato qualche giustificazione (“Farò il possibile per capire come sia stato possibile”) cercando di passare sempre come la vittima sacrificale, per poi passare addirittura ad accusare (“Di cattiveria al mondo ce n’è a strafare”), giusto per spostare l’attenzione verso altri “ipotetici cattivoni” invece che concentrarsi sul suo stupido comportamento.

Ma il colpo da maestro l’ha dato Andrea Berton, ex giornalista di Eurosport, ora in Gazzetta, che sul suo profilo Twitter ha scritto: “Si prende la cocaina per debolezza, non per andare più forte. Il Gerva ha sbagliato, ma per me non è un dopato”.

Mi stupisce sempre come una certa fetta di giornalisti del settore tendano sempre a difendere a oltranza alcuni corridori, perchè magari a loro sono simpatici o solamente perchè li hanno sempre considerati puliti. E’ stato così con Ballan, Basso e ora con Paolini, mentre con altri vedi Rebellin e Di Luca si sono accaniti in maniera violenta e reiterata, lanciandogli contro la croce del doping. Per loro il doping diventa di due categorie, dove da una parte ci sono i bravi corridori che commettono degli sbagli che si possono perdonare, mentre dall’altra ci sono i farabutti imbroglioni, che non meritano una seconda chance.

Io non sono un tecnico analista dell’UCI, ma se la cocaina e i suoi metaboliti sono nella lista proibita, un motivo ci sarà. Mi risulta che la cocaina sia un eccitante, ma forse i giornalisti sportivi, espertoni di ciclismo, hanno una seconda laurea in medicina forense. Non sono per criminalizzare tutti i dopati, ma neanche per salvarne qualcuno e affossare tutti gli altri. Purtroppo l’antidoping è fatto di regole poco chiare e soprattutto non eque (vedi la disparità di trattamenti tra le varie federazioni) e finchè le cose resteranno così, ci saranno i furbi che la passeranno liscia, magari con una pacca sulla spalla, mentre i coglioni verranno bruciati sulla pira del fuoco purificatore. Speriamo solo che l’idiozia di Paolini sia la prima e l’ultima di questo Tour e che si torni a parlare di ciclismo in corsa.


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Vive le Tour!

map_routeArriva il caldo di Luglio e con lui il Tour de France, la corsa più importante del mondo. Per tre settimane tutti gli occhi delle due ruote saranno puntati in terra francese, visto che mai come quest’anno la vittoria finale sarà incerta. Se la contenderanno Chris Froome, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Nairo Quintana, nel mio ordine personale di favoriti.

Non ci saranno crono disumane (come al Giro) e la prima settimana sarà molto simile alle classiche del Nord, quindi molto battagliata. Tutti dovranno fare corsa di testa fin da subito, perchè una caduta o un ventaglio, potrebbero rovinare mesi di preparazione. Le montagne sono ben distribuite e nel complesso devo dire che negli ultimi anni (a parte il 2012 con una corsa disegnata per far vincere Wiggins) gli organizzatori di Aso si sono dati da fare per rendere il percorso bello e interessante.

Spero solo che i quattro favoriti si affrontino sulle strade francesi fino all’ultimo giorno e non debbano subire cadute o infortuni. E’ vero che fanno parte della corsa, ma vincere con tutti in gara, non è la stessa cosa che vincere per ritiro altrui.

E allora fullgas e Vive le Tour!

 


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Tour 2015: partageons la passion!

>>>ANSA/TOUR: NIBALI CONQUISTA LE ALPI NEL GIORNO DI BARTALI“Partageons la passion”: condividiamo la passione, e’ il claim scelto per il Tour 2015, definito dal direttore generale della corsa, Christian Prudhomme, “la massima espressione della bicicletta“.  La solita grandeur francese ha fatto da apripista alla presentazione della corsa, che dalle prime impressioni sembra più favorevole agli scalatori, che ai classici cronoman o passisti. Colpisce soprattutto la pochezza delle cronometro (solo 14km individuali), niente a che vedere con le mostruosità del passato. Tanto per intenderci nel 2012 il treno Wiggins riuscì a vincere solo grazie ai 100km a crono, messi gentilmente a disposizione da ASO.

Ma il vero cambio generazionale sta nelle prima settimana, dove al posto delle noiosissime tappe piatte di pianura, con scontato arrivo in volata, sono state inserite frazioni nervose, con finali “da garagisti” (cit. Diavolo88) alla Purito Rodriguez per intenderci, con muri, cotes e anche il pavè.

I francesi non fanno nulla per nulla e se hanno deciso di stravolgere il solito copione della corsa francese è sicuramente per favorire i corridori di casa (Peraud, Pinot, Bardet e Riblon), notoriamente deboli a cronometro, ma che possono dire la loro in salita. Molte critiche si sono levate, soprattutto per il poco rispetto per i velocisti e i cronoman (vedi LeFevere DS OmegaPharma, quello di Cavendish per intenderci), ma gli organizzatori sanno bene che hanno in mano la corsa ciclistica più importante del mondo e possono decidere senza pressioni, fregandosene dei pareri altrui.

A questo punto sembra positiva la scelta del Giro di sparare una mostruosa crono da 60km, scelta forse azzardata,casuale e fortunosa, ma che rischia di portare in Italia ciclisti più quotati, in primis Chris Froome, che potrebbe tentare la doppietta Giro-Vuelta. A proposito di doppiette, Nibali e Contador sembrano voler tentare l’accoppiata Giro-Tour, ma allo stato attuale delle cose, sembra difficile poter mantenere un picco di forma per 3 mesi consecutivi. Meglio appunto tentare il Giro-Vuelta. Di sicuro sarà un Tour interessante e divertente e non è poco!


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Nibali giallo a Parigi

202858705-4ec93fb9-2c0a-4f1f-976c-6e78e231f33eSolo 6 italiani sono riusciti a vincere il Tour (Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani e ora Nibali) e solo 6 ciclisti sono riusciti a conquistare la tripla corona, Giro-Tour-Vuelta (Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador e appunto Nibali).

Bastano questi nomi e questi numeri per capire l’importanza della vittoria dello “squalo dello stretto” alla Grand Boucle, 49 anni dopo Gimondi e 16 dopo Pantani. Il successo è maturato negli anni, con un percorso graduale e progressivo, ed è una boccata d’ossigeno per il ciclismo italiano, che dopo il ritiro di Bettini non aveva più trovato un corridore capace di mettere in fila tutti gli altri.

Complimenti anche agli organizzatori del Tour, che per una volta sono riusciti a disegnare una corsa equilibrata, incerta, con tappe movimentate fin dalla prima settimana, con qualche arrivo in salita in più e finalmente con molti km in meno a cronometro.

Onore quindi a Vincenzo Nibali con la speranza di poterlo vedere sul podio più alto anche in molte altre corse, a partire magari dal mondiale di Ponferrada in Spagna. Chapeau!


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Nibali lucky shark

5eeb25df-ef5f-44b8-b64a-ba5d582c187e.fileCome recita sempre un vecchio adagio di mio padre: “Ci vuole anche fortuna nelle cose“. E quest’anno le cose stanno tutte girando per il verso giusto a Vincenzo Nibali. Nessuno vuole mettere in dubbio la legittimità del successo al Tour del messinese, letteralmente dominato con una condotta di gara che neanche Pantani aveva avuto nel 1998, ultima Grand Boucle vinta da un italiano.

Però la prematura uscita di scena di Froome e Contador ha indubbiamente spianato la strada verso la gloria di Parigi, oltre che toglierci il gusto di vivere finalmente una corsa combattuta e incerta. Nessuno può dire come sarebbe potuta andare. Forse Froome avrebbe staccato tutti, come fa da due anni a questa parte, oppure Contador avrebbe confermato il colpo di pedale visto al Delfinato. Oppure il buon Vincenzo ci avrebbe stupito, mettendo in fila appunto tutti quanti. Di certo ora non si deve preoccupare dei francesini rampanti Peraud, Bardet e Pinot, o del compassato ciuccia-ruote di Valverde.

Ovviamente fra 15-20 anni nessuno si ricorderà più degli assenti, ma rimarrà impressa la vittoria nella corsa ciclistica più importante e prestigiosa del mondo. Onore quindi a Nibali, l’unico che sta tenendo a galla il ciclismo italiano e che lo sta riportando ai fasti e ai ricordi, come solo il compianto Marco aveva saputo fare.


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L’inferno del Tour

Tour de France 2014 - 5. Etappe - Vincenzo NibaliIeri sotto un tempo da tregenda si è corsa la tappa sul pavè più famoso del mondo, che portava ad Arenberg. Il freddo e la pioggia hanno reso la corsa più dura di quello che già si preannunciava e la selezione è stata violenta e impietosa. Anche il super favorito Fabian Cancellara ha ammesso che correre su queste strade con acqua e fango non è la stessa cosa che con la polvere (l’ultima Roubaix con l’acqua risale al 2002).

Vincitore morale di giornata la sempre più sorprendente maglia gialla di Vincenzo Nibali, particolarmente a suo agio su queste strade difficili. Rimandato Contador, che è rimasto impantanato con la sua Saxo e inesorabilmente ha accumulato quasi 3′ di ritardo. Sconfitto e a casa l’uomo bionico Chris Froome, incapace di stare in piedi sull’acqua ancora prima dell’inizio del pavè (si vede che è una prerogativa degli uomini Sky).

Ora senza il frullatore impazzito che correva a pane e acqua, il Tour sarà finalmente vero e interessante con la lotta italiano-spagnola per la conquista di Parigi: le salite (più che la cronometro finale) decideranno chi sarà il migliore.

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